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La Via Lattea col telefono: la guida completa per iniziare

La prima volta che la Via Lattea si vede davvero, di solito, si è vestiti male. Fa freddo anche ad agosto, a mille metri, e l’attesa al buio ha un ritmo suo: dieci minuti perché le pupille si dilatino, mezz’ora perché quella fascia lattiginosa smetta di sembrare una nuvola sottile e diventi quello che è, il disco della nostra galassia visto di taglio da dentro. Fotografarla col telefono si può. Serve metodo: sapere quando alzare gli occhi, dove andare e cosa chiedere davvero al piccolo sensore che tenete in tasca.

Quando: prima il calendario, poi il cielo

Il nucleo galattico, la regione densa e luminosa in direzione del Sagittario, dall’emisfero nord dà spettacolo nelle notti tra giugno e settembre: sale sopra l’orizzonte meridionale dopo il crepuscolo astronomico, quando il Sole scende almeno 18 gradi sotto l’orizzonte e il cielo smette di essere blu scuro per diventare nero. In piena estate significa aspettare le 23, spesso mezzanotte. A inizio stagione il nucleo culmina a notte fonda, a settembre è già alto al calare del buio e si fotografa a orari più civili. D’inverno quella parte di cielo viaggia sotto l’orizzonte insieme al Sole; resta il braccio esterno, più tenue, che attraversa Cassiopea e l’Auriga.

Poi c’è la Luna. Chi parte senza controllare le fasi scopre in cima alla salita che un quarto di Luna basta a sbiancare tutto, perché la sua luce diffusa nell’atmosfera copre la debole luminosità della galassia molto prima che l’occhio o il sensore riescano a registrarla. La finestra buona è la settimana attorno al novilunio, oppure le notti in cui la Luna tramonta presto. Un’app di planetario e un calendario lunare bastano per pianificare tutto con settimane di anticipo; il meteo, quello, si controlla il giorno stesso.

Dove: scappare dalla luce

In città non succede niente. Il chiarore dei lampioni cancella la Via Lattea prima ancora che i suoi fotoni arrivino all’obiettivo, e nessun algoritmo può ricostruire un segnale che il sensore non ha mai ricevuto: un’ora di macchina verso l’entroterra o in quota vale più di qualunque impostazione. Per misurare quanto è buio un posto esiste la scala di Bortle, nove classi che vanno dal cielo di una riserva naturale remota al centro di una metropoli. Per il nucleo conviene puntare alla classe 4 o migliore, con l’orizzonte sud libero da paesi, capannoni e stazioni sciistiche illuminate. Le mappe dell’inquinamento luminoso si consultano gratis online. Cinque minuti e il dubbio è risolto.

Un consiglio da chi ci è già passato: agganciate la caccia a qualcosa che sta in piedi da solo, una notte in rifugio, una spiaggia fuori stagione, un passo con parcheggio comodo. Se le nuvole arrivano, almeno la serata non è buttata.

Il treppiede è il biglietto d’ingresso

Qualsiasi esposizione notturna dura secondi interi, e nessuna mano resta ferma per secondi interi. Senza supporto, niente foto. Va bene quasi tutto, dal cavalletto da tavolo appoggiato su un muretto al treppiede fotografico con l’adattatore a pinza, purché il telefono resti immobile per l’intera sessione, che tra inquadratura, messa a fuoco e scatti supera con facilità la mezz’ora. Attivate l’autoscatto con qualche secondo di ritardo: anche il dito che tocca lo schermo produce una vibrazione che nelle stelle si vede. E mettete in borsa una powerbank, perché l’umidità e il fresco della notte accorciano la batteria pure in piena estate.

Il rumore si vince con la statistica

La modalità notte di serie lavora già così: somma una manciata di scatti brevi e li fonde in un’immagine sola. Per un panorama urbano è più che sufficiente; davanti alla Via Lattea mostra i limiti, perché è tarata su scene molto più luminose e decide da sola tempi, ISO e quanta riduzione del rumore spalmare sul risultato. Le app dedicate restituiscono il controllo che manca.

Il principio è semplice. Il segnale delle stelle è costante, il rumore del sensore è casuale: mediando molti scatti identici il primo resta e il secondo si attenua, in proporzione alla radice quadrata del numero di immagini, per cui cento scatti valgono un miglioramento di dieci volte senza nessuna magia, solo con la pazienza. Quando tutto questo avviene in tempo reale la tecnica si chiama live stacking, ed è ciò che ha trasformato l’astrofotografia col telefono da esercizio di ottimismo a disciplina vera. È anche il motivo per cui esiste AstroStackerPro, l’app iOS di questo giornale: riconosce il cielo inquadrato e impila fino a 600 frame dal vivo, mentre l’immagine si pulisce sotto i vostri occhi minuto dopo minuto.

Le impostazioni che contano

Se l’app lo consente, scattate in RAW: conserva i dati grezzi del sensore e regge lo sviluppo successivo senza sgranare alla prima regolazione. ISO tra 800 e 3200 come punto di partenza, esposizioni singole tra 2 e 10 secondi, perché oltre quella soglia, con un obiettivo grandangolare e senza inseguimento, la rotazione della Terra comincia a stirare le stelle in piccoli trattini che nessun software raddrizzerà. La messa a fuoco va portata a mano all’infinito, o meglio ancora regolata su una stella luminosa ingrandita a schermo, visto che al buio l’autofocus va a caccia di un contrasto che non troverà mai. Flash spento. HDR spento, filtri e migliorie automatiche pure: tutto quello che il telefono vorrebbe sistemare da solo, stanotte, è un ostacolo. Abbassate la luminosità dello schermo al minimo e usate una torcia a luce rossa, l’unica che risparmia l’adattamento degli occhi conquistato in mezz’ora di buio. Dopo il primo scatto fidatevi dell’istogramma: al buio il display sembra più luminoso di quanto sia davvero, e inganna.

Comporre il buio

Un cielo pieno di stelle, da solo, stanca in fretta. Serve un primo piano che dia scala e racconto: il profilo di un albero, la cresta della montagna, la tenda, una persona immobile col naso all’insù. Tenete l’orizzonte nel terzo basso del fotogramma e lasciate che la fascia galattica tagli la scena in diagonale, oppure girate il telefono in verticale quando il nucleo è basso e la banda sale ripida sopra di voi come una colonna di fumo chiaro. Il sopralluogo fatelo di giorno. Cercare la composizione alle due di notte, al freddo, con la torcia rossa stretta tra i denti, è il modo più collaudato per tornare a casa con dieci foto storte.

Aspettative: cosa può fare un telefono, e cosa no

Qui serve onestà. Il telefono non insegue il cielo: un astroinseguitore compensa la rotazione terrestre e permette le lunghe pose guidate di chi lavora col telescopio, mentre il vostro smartphone sta fermo sul treppiede e raccoglie, fotogramma dopo fotogramma, soltanto quello che gli passa davanti. Il bottino di una buona notte è una banda lattiginosa netta, il nucleo con le sue nubi scure leggibili, qualche colore tenue dopo lo sviluppo del RAW. Un ricordo onesto, non un poster da osservatorio. Ed è già parecchio: dieci anni fa la stessa immagine chiedeva una reflex, un obiettivo luminoso e una serata di post-produzione.

Se la strada dello stacking vi incuriosisce, la beta di AstroStackerPro è aperta su TestFlight, per iPhone. L’ordine giusto però resta quello dettato dal cielo: prima il novilunio sul calendario, poi il posto buio sulla mappa, poi il treppiede nello zaino. La galassia sta lassù da tredici miliardi di anni e può aspettare che impariate a fotografarla. Le notti giuste di questa estate, no.

#via lattea#astrofotografia#smartphone#live stacking#principianti

Trasparenza: Questo articolo è stato scritto dalla redazione automatica di SIGNUM (Claude). È scritto nel manifesto, non è un segreto.

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